Aprire i nidi e le scuole il prima possibile è una questione di femminismo e di diritti costituzionali dei bambini (oppure non diciamoci più che la scuola è un servizio essenziale e facciamola finita qui).


Qualche giorno fa su Il Manifesto Christian Raimo, insegnante e scrittore, ha detto la sua sul perchè i nidi non dovrebbero riaprire. Stimiamo molto Christian Raimo e abbiamo condiviso molte sue battaglie, ma questa volta ha preso una cantonata madornale a difendere (da uomo e da consulente del Ministero) le donne lavoratrici dei nidi senza interpellare almeno un’altra soggettività di lavoratrici: le madri che lavorano con figli nella fascia 0/6 (ma anche 6/10, ovvero quei bambini non autonomi sulla Dad a differenza di quelli delle medie e delle superiori).

Lavoratrici altrettanto essenziali come cassiere, libraie, farmaciste, infermiere, dottoresse (che al pari delle educatrici hanno paura per i loro bambini e per i loro affetti più vulnerabili) non hanno mai smesso di lavorare per garantire i servizi essenziali. E la scuola non lo è?
Non parleremo del problema strutturale della mancanza di pari opportunità nel mondo del lavoro tra uomini e donne, del gender gap, della società patriarcale e di quella donna su 3 che è costretta a lasciare il lavoro al primo figlio, o di quella donna su 2 che è costretta a lasciare il lavoro al secondo figlio in condizioni di “normalità” pre-covid. Non parleremo nemmeno delle aspettative che la nostra società patriarcale e sessista sta gettando adesso durate il Covid sulle donne che devono accudire i bambini e anche lavorare da casa, o lavorare fuori casa o mettersi in congedo o in cassa integrazione. Ci si aspetta che le donne lavoratrici facciano le madri, che altro sennò? Al massimo mentre sono madri, possono lavoricchiare qua e là se ci riescono.  

1) La scuola è o non è un diritto costituzionale dei bambini? Riaprire le scuole e i servizi alla fascia 0/6 è questione innanzitutto di diritti costituzionali dei bambini, diritto silenziosamente rubato a milioni di bambini. Saremo l’ultimo paese d’Europa a riaprire nidi, asili e scuole: non si tratta di una corsa a riaprire giacché saremo in ogni caso gli ultimi. Il che può essere comprensibile (ma comunque non giustificabile) per la Lombardia. Per il resto del paese è semplicemente assurdo. Addirittura nell’articolo uscito sul Manifesto non stiamo parlando di COME riaprire, ma di SE e QUANDO. Innanzitutto si parla di settembre, sorvolando sul fatto che invece la fascia 0/6 é solitamente garantita fino a fine luglio. Ma tant’è questi altri due mesi (due mesi, non due giorni) sono già spariti dall’immaginario collettivo. Eppure a ottobre riparte la stagione influenzale, Covid o non Covid, sembrerebbe molto più sensato partire almeno con delle sperimentazioni adesso in estate. Invece l’estate è già sparita dal dibattito perché “in emergenza” c’è bisogno di tempo. Peccato che l’emergenza è iniziata in inverno e si è mangiata anche la primavera, e noi già prevediamo che l’estate sarà ancora emergenza, del resto le emergenze nel nostro paese si sa, sono permanenti. In questi 3 mesi per il Covid milioni di italiani hanno convertito e innovato o modificato del tutto o in parte i loro lavori, invece il Ministero se la prende con calma. Che fretta c’è. Quando uno dice task force si immagina persone attorno a un tavolo che rapidamente hanno idee, le testano, le praticano, le modificano le ri-testano e così via. La nostra task force al Ministero ha poche idee e molto confuse, dopo 3 mesi. Non 3 giorni. Lo ripetiamo perché a 3 anni di età, questo è un tempo infinito. 


2) Nessuno manderebbe i propri figli in un parcheggio. I nidi del comune di Milano nella fase 1 per esempio hanno sempre mandato video e giochi e hanno aperto (loro sì, a differenza del MIUR che invece non ha ancora uno strumento proprio per la Dad), una piattaforma dedicata molto bella. Anche in questo caso però si presuppone che i genitori, tendenzialmente le madri, abbiano tempo per dedicarsi a un terzo o quarto lavoro (il proprio lavoro, il lavoro di cura, il lavoro di maestra dei figli grandi e in ultimo quello di educatori del nido). E che ne abbiano anche le competenze e la passione. Proprio perchè il nido non è un parcheggio, ma una scuola, i genitori sanno bene di non avere le stesse competenze degli educatori dei loro figli. Sfatiamo per favore anche il mito delle mamme che fanno i lavoretti con i bambini e che preparano le torte, la pasta di sale, che costruiscono i pannelli sensoriali Montessori per i loro cuccioli. Ci sono certo che ci sono, e lo fanno per passione, per inclinazione, per attitudine non perché sono madri. Essere madri non fa di tutte le donne delle educatrici, delle compagne di giochi, delle artigiane del dido’. Crescendo capita a tutti che all’improvviso giocare a pallone o con le bambole non diverta più, e quando nasce un figlio non è che si torna bambini e si smania dalla voglia di tornare a giocare. Meglio non mentire ai figli su queste cose: io sono grande, gioca tu che sei bambino. Oppure ci sono adulti formati, che studiano, che praticano sul campo il gioco come strumento educativo, e quelli sono appunto gli educatori non i genitori.  Mio figlio grande di 6 anni, figlio unico per molti anni, si è arrangiato parecchio da solo in passato: si è annoiato e nella noia ha inventato giochi fantastici e ancora oggi è solo grazie alla sua fervida immaginazione se siamo sopravvissuti a questi lunghi mesi di isolamento domiciliare. Esistono gli amici con cui giocare alla pari, esistono i genitori a casa, esistono gli educatori fuori di casa. Ognuno ha il suo ruolo nella partita dell’educazione. Spesso un ruolo da contraltare per fortuna, come un proverbio africano insegna: per crescere un solo bambino serve un intero villaggio. Chi manda i bambini al nido crede nell’educazione a più voci, sennò li terrebbe a casa con se’ o con la babysitter. Se il Ministero non ha la volontà politica di riaprire i nidi e le scuole, sventoli bandiera bianca, ammetta di non avere proposte e ci daremo tutti all’ homeschooling (e però ci dia uno stipendio, perchè le tasse per avere l’istruzione pubblica noi le paghiamo tutte). Non ci auguriamo questo, ci auguriamo invece che delle proposte rapide arrivino dal Ministero e che ai bambini non venga sottratto il loro spazio di autonomia, e per spazio si intende proprio lo spazio fisico: luoghi dove gli occhi dei genitori non arrivino MAI. Perché anche al parco se due bambini litigano (ammesso che nessun adulto intervenga e se la possano sbrigare da soli) il genitore comunque vede e osserva tutto. E il bambino sa di essere osservato. Figuriamoci in quarantena quanto questo sguardo pesi sullo sviluppo dei bambini e sulla loro personalità. Non toccheremo il tasto socialità, relazione tra pari etc… è chiaro anche ai muri il danno emotivo che i bambini stanno subendo da mesi. Mesi, non giorni o settimane (lo abbiamo già detto? M E S I ).  

3) A proposito di pedagogia e di traumi. Quante ore passano adesso i bambini nella fascia 0/3 davanti a un video o un tablet? Qualcuno al Ministero ha pensato di fare una inchiesta o almeno un sondaggio? Visto che i danni dell’uso delle tecnologie a questa età sono gravissimi e sicuramente più gravi del presunto trauma dell’anaffettività che può trasmettere una mascherina. A questo proposito, ho visto in libreria in questi giorni bambini di 3 anni portare correttamente la mascherina a differenza di molti adulti insofferenti con le mascherine sotto il naso, sopra il mento, dietro il collo… I bambini anche molto piccoli di 3-4 anni, sanno tutto sul Coronavirus: hanno occhi e orecchie dappertutto e anche se non possono sapere cosa sia una cellula o un virus, sono perfettamente consapevoli della situazione. I bambini sono piccoli, ma piccoli non vuol dire stupidi. Non trattiamoli come tali e, come sempre accade, ci stupiranno anche questa volta. E usiamo con cautela le parole perché il “trauma da mascherina” è tutto da dimostrare, mentre un vero trauma per i bambini c’è stato di sicuro ed è stato quando hanno chiuso le scuole all’improvviso e la scuola è finita senza poter nemmeno salutare i propri amici. Vogliamo parlare dei bambini che hanno finito il ciclo delle elementari un venerdì pomeriggio di febbraio senza nemmeno sapere che non sarebbero tornati mai più sui banchi con i loro compagni? Comunque sia, questo trauma i bambini lo stanno già rielaborando, perchè la vita va avanti, e la scuola servirebbe proprio a questo. La mascherina è un gioco, un travestimento, una divisa, un simbolo di questo tempo che ci fa percepire una diversità col passato ma anche una nuova comunità: siamo tutti uguali e ci proteggiamo gli uni con gli altri. E in ultima istanza non possiamo proteggere i nostri bambini da tutto ciò che c’è là fuori, è la vita! La scuola alla prova del Covid deve cambiare, purtroppo meno contatto fisico ma per fortuna più altro: più natura, più gioco all’aperto, più educatori per meno bambini, più spazio, più turni… Non bisogna per forza inventare tutto daccapo, possiamo copiare chi sta facendo già e meglio di noi. Da quando ci fanno paura i cambiamenti? Fino a ieri volevamo rivoltarla come un calzino questa scuola, e ora che c’è la possibilità di rivoluzionare tutto ci tiriamo indietro.  Finalmente esiste lo spazio di agibilità politica e di consenso per rivendicare gli “asili come in Finlandia“, per chiedere più educatori per meno bambini, salari adeguati, sicurezza sul lavoro etc etc… Avere paura di tornare a lavoro, aver paura di ammalarsi e di contagiare i propri cari, aver paura di morire sono tutti sentimenti giusti, umani e comprensibili. Ma non si costruiscono le battaglie politiche sulla paura. 

4) Un inciso sulla DAD per la fascia 6+. Innanzitutto qualcuno al Ministero sa cos’è? La didattica a distanza non sono le videolezioni, il video è ovviamente solo uno strumento. Questa Dad adesso in corso è stata l’apoteosi dell’arte di arrangiarsi. Non c’è bisogno di dilungarsi, chi ha figli a casa tocca con mano quotidianamente la differenza anche tra fratelli nella stessa scuola. Dipende tutto dall’insegnante, come sempre a scuola ma di più nella scuola a distanza. Non c’è un minimo di ore stabilito (qualcuno fa 3 ore di lezione a settimana, a settimana!, Al posto delle 40 in presenza)non ci sono regole per i compiti a casa, non ci sono indicazioni per la piattaforma da usare (si usa anche zoom per fare connettere dei bambini, la piattaforma più insicura del mondo). I bambini che non si connettono per mancanza di strumenti o di internet, la scuola non li cerca nemmeno laddove vige l’obbligo di segnalazione alle forze dell’ordine. Vige ancora? O il diritto all’istruzione è sospeso e la scuola non vigila più sull’abbandono scolastico? Il Ministero in 3 mesi poteva almeno mettere in piedi una piattaforma unica e proprietaria dove fare le cose basiche: assegnare i compiti, svolgere le lezioni, svolgere i compiti, correggere i compiti. E’ troppo chiedere un’unica piattaforma invece di cercare l’assegno sul registro elettronico, fare le lezioni su decine di piattaforme diverse, i compiti un pò sul libro di carta o digitale, un pò su varie app e link, per poi fotografarli e caricarli su qualche cloud o drive? Certo che è difficile, certo che è tutto nuovo e certo che nell’emergenza ognuno ha fatto il massimo, anche gli insegnanti. Ma possiamo smetterla ora dopo 3 mesi di essere ancora in emergenza? Possiamo darci un piano? Una struttura? O dobbiamo ritrovarci nell’emergenza a settembre e avere la scusa che bisogna arrangiarsi ancora un altro anno? 


5) Le fabbriche o le scuole? Le fabbriche di armi non hanno mai chiuso. Ci auguriamo che i nidi e le scuole aprano più in sicurezza delle fabbriche, ma se non apriranno il prima possibile allora ci meritiamo un paese che fabbrica armi invece di uno che educa i bambini.  Se stiamo mettendo in dubbio la riapertura dei nidi e delle scuole stiamo decretando che non sono servizi essenziali. Non piangiamo poi lacrime di coccodrillo quando le scuole riapriranno più povere e più insignificanti di prima. 


TRE PROPOSTE

1) Riaprire tutte le scuole da 0 a 18 il prima possibile, meglio in estate che nella stagione influenzale copiando chi sta facendo prima e meglio di noi

2) Non badare a spese per la messa in sicurezza, pretendere i soldi per la protezione di insegnanti e bambini

3) Cambiare la scuola pubblica, a prescindere dal Covid “non torneremo alla normalità perché la normalità era il problema”. 

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